la lapide del referendum

Siamo giunti all’epilogo, il referendum abrogativo per la cannabis legale è stato bocciato dalla Corte costituzionale.

Abbiamo cercato di tenervi aggiornati fin dal primo momento sull’evoluzione del percorso del referendum con la speranza che alla fine di tutta questa storia saremmo andati a votare felici e contenti, ma oggi siamo qui per darvi la triste notizia.

 Per chi se lo fosse perso.

Dopo aver raccolto più di 600.000 firme, il referendum abrogativo sulla cannabis promosso da Meglio legale e altre associazioni, avrebbe puntato ad abrogare le attuali che regolano la tabella unica degli stupefacenti, in merito alla coltivazione della cannabis per uso personale, la non punibilità della detenzione di piccole quantità di infiorescenze di cannabis ed evitare le sanzioni amministrative per quanto riguarda il ritiro della patente di guida. La novità dietro questa raccolta firme è che, grazie al DDL semplificazioni, i cittadini hanno potuto prendervi parte online attraverso l’utilizzo della propria identità digitale, lo SPID. Il percorso non è stato facile, dopo una richiesta di proroga per via della mancata comunicazione dei certificati elettorali da parte di alcuni (molti) comuni inadempienti, è stata chiesta una proroga di un mese come già avvenuto per la raccolta firme su eutanasia e i referendum sulla giustizia. Alla raccolta di queste firme digitali, più altre cartacee, il quesito è passato alla cassazione che avrebbe avuto il compito di verificare la validità delle firme, così è stato. Il passo successivo sarebbe stato proprio quello di porre il quesito alla Corte costituzionale. Qui, la corte costituzionale ha deciso di giudicare l’inammissibilità del quesito referendario, suscitando non pochi clamori e dibattiti che hanno visto in prima linea i rappresentati delle varie associazioni promotrici.

In data 14 / 15 febbraio la proposta del referendum sull’eutanasia legale è stato bocciato poiché vola il diritto alla vita, mentre il referendum abrogativo sulla cannabis è stato giudicato inammissibile a causa di un continuo intreccio di commi. Dunque, nonostante la proposta di referendum provenga da più di seicentomila firmatari, la Corte costituzionale ha deciso di mandare tutto in fumo. Per quanto pronunciato dal presidente della Corte Giuliano Amato, il referendum sulla cannabis è stato giudicato inammissibile. Il quesito referendario come precedentemente descritto (leggi qui) proponeva di intervenire sia sul piano della rilevanza penale sia su quello delle sanzioni amministrative. In parole spicciole, avrebbe puntato ad eliminare il reato di coltivazione per uso personale, a rimuove le pene detentive per qualsiasi condotta legata alla cannabis eliminando la sanzione amministrativa del ritiro della patente.

Chi è Giuliano Amato?

Amato è l’attuale il presidente della Corte costituzionale. E ‘nato a Torino, professore emerito di diritto pubblico comparato che ha ricoperto più volte il ruolo di ministro, ha all’attivo due mandati da presidente del Consiglio nel 1992-1993 e nel 2000-2001. Nominato da Giorgio Napolitano il 12 settembre 2013. Essendo il giudice con maggiore anzianità, Amato è stato vicepresidente della Corte costituzionale dal settembre 2020 sotto le presidenze di Morelli e Coraggio. Numerosi i suoi articoli su antitrust, libertà individuali, forma di governo, integrazione europea e su vari temi politici. Amato ha redatto 171 decisioni dal suo ingresso alla Corte costituzionale, nel 2013, fino a oggi. Tra le più significative si ricordano quelle in materia di diritti fondamentali e diritto all’identità personale. Eppure, nonostante abbia avuto molto da dire sulle libertà individuali, ha bocciato i referendum e quello dell’eutanasia.

«Abbiamo dichiarato inammissibile il referendum sulle sostanze stupefacenti, non sulla cannabis. Il quesito è articolato in tre sotto quesiti ed il primo prevede che scompaia, tra le attività penalmente punite, la coltivazione delle sostanze stupefacenti di cui alle tabelle 1 e 3, che non includono neppure la cannabis ma includono il papavero, la coca, le cosiddette droghe pesanti. Già questo sarebbe sufficiente a farci violare obblighi internazionali […] Se il quesito è diviso in tre sotto quesiti, io non posso toccare questo treno: se il primo vagone deraglia, si porta dietro gli altri due».

Per quanto dichiarato da Antonella Soldo, Il quesito referendario toccava tre punti del Testo Unico sugli stupefacenti:

  • l’articolo 73 comma 1 che rimuoveva la parola “coltiva”,
  • l’articolo 73 comma 4 che rimuoveva le pene detentive da 2 a 6 anni, oggi previste per le condotte legate alla cannabis,
  • l’articolo 75 comma 1 che rimuoveva la sanzione amministrativa del ritiro della patente.

Le argomentazioni della Corte hanno riguardato solo il primo punto. Il Presidente della Corte Giuliano Amato ha sottolineato come il comma 1 dell’articolo 73 faccia riferimento alle tabelle 1 e 3 delle sostanze stupefacenti, che non includono la cannabis, che si trova nella tabella 2. Facendo intendere che questo sia avvenuto per un errore materiale. Ma se andiamo a vedere meglio, Infatti il comma 4 in cui è presente la cannabis richiama testualmente le condotte del comma 1, tra le quali è compresa proprio quella della coltivazione. Appare evidente che i due commi vanno interpretati insieme. In altre parole, di è dovuto fare riferimento al comma 1 perché non si poteva fare altrimenti per decriminalizzare la coltivazione di cannabis, dal momento che i due commi sono legati. In ogni caso, questa modifica non avrebbe comportato automaticamente la libera produzione di ogni tipo di sostanza. La parola “coltiva” fa riferimento alle piante: l’unica pianta che è possibile consumare come stupefacente è la cannabis. Si possono coltivare - certo con grandi difficoltà e in determinate regioni del mondo come il papavero e la coca ma per consumarle come stupefacenti occorre trasformarle: la “produzione, fabbricazione, estrazione, raffinazione” che sarebbero rimaste punite nel comma 1 del 73. Questo non avrebbe comportato alcuna violazione degli obblighi internazionali. La scelta di eliminare il solo termine «coltiva» dimostra la nostra intenzione di decriminalizzare soltanto la coltivazione della cannabis, lasciando punite le successive fasi necessarie per consumare le altre sostanze come oppio e coca. Sfortunatamente la pronuncia della Corte è inappellabile ma questo quesito era l'unico modo immaginabile per provare a cambiare le leggi che vietano la coltivazione della cannabis. La bocciatura di un quesito sottoscritto da oltre mezzo milione di cittadini è prima di tutto un fallimento per le istituzioni che non riescono a rispondere al Paese.

Tutto ciò però non è servito a nulla. Per il comitato promotore, le motivazioni addotte dal Presidente Amato e le modalità scelte per la comunicazione sono intollerabili per quanto dichiarato dal presidente del Comitato Referendum Cannabis Marco Perduca.

«Il quesito, spiegano i promotori, "non viola nessuna convenzione internazionale tanto è vero che la coltivazione è stata decriminalizzata da molti paesi, ultimo tra questi Malta. Il riferimento del Presidente alle tabelle è fattualmente errato: dall’anno della bocciatura della Legge Fini Giovanardi (2014) il comma 4 è tornato a riferirsi alle condotte del comma 1, comprendendo così cannabis. La scelta è quindi tecnicamente ignorante e esposta con tipico linguaggio da convegno proibizionista».

Tutto da rifare.

Come per l'eutanasia, anche per il referendum abrogativo sulla cannabis sarà tutto da rifare, senza contare che iniziative popolari legate ad uno stesso argomento appena bocciato, non potrà essere riprogrammato per i 5 anni successivi. L’ultimo tentativo sarà possibile solo ripartendo dal Parlamento, ma la strada è impervia e lunga, tra le varie questioni prioritarie e l’opposizione della maggior parte degli esponenti di destra. Per avere leggi su eutanasia e cannabis legale, in futuro ci toccherà riflettere un po' di più nel momento in cui si andrà a votare, cercando di scegliere un parlamento che possa essere in grado di affrontare quesiti così delicati.
Ricordiamo comunque che se il parlamento attuale volesse dare un forte segnale al popolo potrebbe iniziare dalla commissione giustizia, poiché è già stata presentata una legge che mirerebbe a depenalizzare i fatti di lieve entità connessi alla cannabis e che inasprirebbe le pene per gli spacciatori. Tutto questo vociferare dei partiti in favore della legalizzazione si è dimostrato nuovamente un tentativo di accalappiarsi qualche voto in più e i referendum su eutanasia e cannabis sono stati un esame di maturità, attraverso il quale, i politici più favorevoli, avrebbero potuto prendere una posizione su temi legati alla volontà del popolo, ma così non è stato.

Secondo le statistiche più attendibili, solo nello Stato italiano, parliamo di oltre sei milioni di consumatori distribuiti in tutte le fasce di età. Ma non parliamo solo di consumatori ludici, la scelta di bocciare la proposta di referendum ricadrà anche su quella fetta di popolazione che utilizza la cannabis come soluzione terapeutica per affrontare patologie come sclerosi multipla, dolore oncologico cronico, cachessia (anoressia, HIV, chemioterapia), glaucoma, sindrome di Tourette, al quale è stato scientificamente dimostrato che la cannabis può fornirne un aiuto alleviandone i sintomi. Come già affermato negli articoli precedenti (leggi qui), in Italia da quindici anni il ricorso a cannabinoidi terapeutici è legale, ma come più volte testimoniato dai diretti interessati, la possibilità concreta di ricorrervi è una missione semi-impossibile dovuta alla difficoltà di approvvigionamento, alla scarsa disponibilità dei medici alla prescrizione, costi assai eccessivi per un uso frequente, ridotta produzione nazionale.

Per la cannabis come per l'eutanasia.

La stessa sorte è toccata anche al referendum sull’eutanasia legale proposto ancora una volta dall'Associazione Coscioni e da una serie di associazioni, che chiedevano di depenalizzare l'omicidio del consenziente. Per primo la Consulta lo ha ritenuto inammissibile perché:

«a seguito dell'abrogazione, ancorché parziale, della norma sull'omicidio del consenziente, cui il quesito mira, non sarebbe preservata la tutela minima costituzionalmente necessaria della vita umana, in generale, e con particolare riferimento alle persone deboli e vulnerabili».

In primavera non si voterà dunque su nessuno dei referendum di iniziativa popolare. Anche questa volta le giustificazioni sono state:

«Non era sull’eutanasia ma sull’omicidio del consenziente. Ci ha ferito leggere che chi ha preso decisione di ieri non sa cos’è sofferenza […] apre all’impunità penale di chiunque uccide qualcun’altro con il consenso, sia che soffra sia che non soffra. Occorre dimensionare il tema dell’eutanasia alle persone a cui si applica, ossia a coloro che soffrono. Non potevamo farlo sulla base del quesito referendario, con altri strumenti può farlo il Parlamento».

Ma quindi la funzione del parlamento in cosa consiste? I continui contrasti tra maggioranza e opposizione non si fermano solo sul fronte istituzionale, ma vanno ad intaccare la volontà del popolo. Gli unici due quesiti referendari vicini alla nostra sensibilità di cittadini sono stati bocciati e i politici che dovrebbero essere portavoce della volontà popolare si rivelano continuamente figure deludenti che una volta elette, si limitano a riscaldare la poltrona senza riuscire a far emergere la voce dei propri elettori. Ricordiamo come sempre che la cannabis non legalizzata o liberalizzata condurrà sempre milioni di consumatori nelle zone di spaccio, a contatto con individui che potrebbero influenzare la volontà personale, dando la possibilità di entrare a contatto con le droghe pesanti che conducono ad uno stato di dipendenza fisica e mentale debilitante. Senza contare i soldi che entrano direttamente nelle tasche della malavita italiana che riesce sempre più ad insediarsi in appalti pubblici, strutture sanitarie e istituzioni.

L’eutanasia è un argomento vicino a tutti noi. Qualcuno tra i nostri lettori probabilmente ha un amico o un conoscente affetto da gravi malattie neurodegenerative, quelle patologie che dopo averci privato della nostra dignità ci traghetta in un tunnel di sofferenze fisiche e mentali che condurrà inevitabilmente alla morte. Il non essere più autonomi, collegati ad una macchina che ci consentirebbe di respirare ma senza la possibilità di grattarci la punta del naso o di sorridere e rispondere alle domande dei nostri cari.

Possibile che lo Stato non veda tutto ciò? Quali interessi personali hanno in questi ambiti? Sicuramente lo Stato Vaticano non facilità le cose quando si tratta di decidere su argomenti che sono eticamente e moralmente sospesi in aria. Il diritto alla vita è sacro, questo è vero. Ma tutti dovremmo avere la possibilità di poterla vivere con dignità e soprattutto poterla vivere come riteniamo più opportuno, in un mondo che già di per sé arreca gioie e dolori. Speriamo di poter tornare a parlare della legalizzazione molto presto, sia essa per mano popolare o per mano parlamentare. Tocca sempre ricordare i vantaggi che si hanno nella regolamentazione del mercato che andrebbe a coinvolgere tutti i settori, da quello ludico a quello industriale, che potrebbe accompagnare fedelmente la transizione green dell’Europa. Vorremmo avere la possibilità di scelta perché la possibilità di scelta ci permette di vivere liberi.

Fonti.

Today.it

wikipedia.org

ilsole24ore.com

adnkronos.com

 

 
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