Abbiamo sempre sostenuto che la cannabis sia “La Pianta” dalle mille potenzialità.

Da secoli impiegata per nutrire e curare il corpo e la mente, partendo dalle pratiche sciamaniche alla medicina orientale, dallo scopo ludico a quello terapeutico, da sostegno per la green economy a cibo dalle incredibili proprietà nutraceutiche.

 Lo avevamo immaginato ma ci siamo astenuti dal dirlo per mancanza di competenze scientifiche, ma questa volta la tesi è stata proposta da un gruppo di ricercatori affiliati all'Oregon State University, il cui studio, pubblicato sul “Journal of Natural Products” vede come protagonisti l'acido cannabigerolico (Cbga) e l'acido cannabidiolico (Cbda).

Ma cerchiamo di capire cosa siano questi due principi attivi prima di vedere il loro funzionamento. All’interno delle infiorescenze della pianta di cannabis sono prodotti più di 100 cannabinoidi che, per colpa del proibizionismo, non hanno avuto la meritata attenzione dalla comunità scientifica, nonostante le comprovate proprietà terapeutiche della cannabis. Oltre ai comunissimi principi del tetraidrocannabinolo (THC) e Cannabidiolo (CBD) ne esistono degli altri. In questo periodo di emergenza pandemica hanno dimostrato il loro valore i seguenti principi:

  •  Il Cbda che è l’acido cannabidiolico, ovvero un cannabinoide presente nelle piante di cannabis che si trova maggiormente nei tricomi ghiandolari situati sui fiori femminili, più precisamente nelle gemme. Il CBDA è il precursore chimico del Cannabidiolo (CBD) che attraverso il processo di decarbossilazione, si trasforma in Cannabidiolo.
  • Il Cbga oppure acido cannabigerolico è la forma acida del cannabigerolo che è un precursore biosintetico del Delta-9-tetraidrocannabinolo, il principale costituente psicoattivo della pianta di Cannabis.

Ma la cannabis è sempre stata considerata miracolosa. Essa trova largo impiego terapeutico nella medicina moderna ed è particolarmente utile per contrastare la sintomatologia indotta dalle terapie antitumorali. Tuttavia, alcuni studi condotti sia in vitro che in vivo hanno dimostrato che i principi attivi (cannabinoidi) contenuti nella pianta potrebbero essere in grado di inibire la crescita delle cellule tumorali. Nonostante questi risultati incoraggianti, sono comunque necessari ulteriori e più approfonditi studi prima di poter approvare l'uso della marijuana come eventuale trattamento antitumorale. Cannabinoidi come il CBD sembrano essere in grado di esercitare un'azione positiva nel trattamento di disturbi psichiatrici come ansia e schizofrenia. Versatili anche nel trattamento delle crisi epilettiche e morbo di Chron.

CBGa e CBDa contro la proteina Spike.

Secondo le ricerche svolte questi due principi della cannabis avrebbero la capacità di legarsi alla proteina Spike del nuovo coronavirus e, di conseguenza, riuscirebbero ad impedirgli di penetrare nelle cellule e causare le ben note e temute infezioni. La ricerca ha visto la partecipazione di un gruppo americano guidato da scienziati del Linus Pauling Institute del College di Farmacia dell'Università Statale dell'Oregon, con la collaborazione dei colleghi del Dipartimento di Microbiologia molecolare e immunologia dell'Università Oregon Health & Science. Gli scienziati, coordinati dal professor Richard B. van Breemen hanno dichiarato che i due principi attivi protagonisti della ricerca sarebbero riusciti a frenare l'azione delle varianti tipiche del covid-19.

«Qualsiasi parte del ciclo di infezione e replicazione è un potenziale obiettivo per l'intervento antivirale e la connessione del dominio di legame del recettore della proteina spike al recettore della superficie cellulare umana Ace2 è un passaggio critico in quel ciclo»

Con questo si intende che, essendo sia il Cbga che il Cbda inibitori dell'ingresso delle cellule, potrebbero essere impiegati per prevenire le infezioni da Sars-Cov-2. Legandosi alle proteine Spike impedirebbero alle particelle del virus di infettare le cellule umane, in modo tale che esse non possano legarsi all'enzima ACE2. Quest’ultimo, maggiormente concentrato nella membrana esterna delle cellule dei polmoni e altri organi, causerebbe le infiammazioni. Sebbene servano ulteriori approfondimenti, questo studio dimostrerebbe la potenzialità dell’impiego dei cannabinoidi non solo contro la pandemia covid, ma anche nella realizzazione di farmaci per un impiego futuro. Il professor van Breemen in un comunicato stampa ha dichiarato:

«Questi acidi cannabinoidi sono abbondanti nella canapa e in molti estratti della canapa […] Non sono sostanze controllate come il THC, l'ingrediente psicoattivo della marijuana, e hanno un buon profilo di sicurezza nell'uomo. E la nostra ricerca ha mostrato che i composti della canapa erano ugualmente efficaci contro le varianti del SARS-CoV-2, inclusa la variante B.1.1.7, che è stata rilevata per la prima volta nel Regno Unito, e la variante B.1.351, rilevata per la prima volta in Sudafrica».

Cos’è la proteina spike?

La proteina Spike decora la superficie del virus formando delle protuberanze caratteristiche da cui esso prende il nome. La proteina Spike si suddivide in due parti:

  • S1, che contiene una regione che serve a legarsi alla cellula bersaglio aderendo al recettore ACE2;
  • S2, che in una seconda fase consente l’ingresso del virus nella cellula.

Quindi, una molecola che fosse capace di impedire l’interazione tra la proteina Spike e il recettore ACE2 sarebbe potenzialmente in grado di prevenire l’infezione da coronavirus e, di conseguenza, la malattia. Proprio per questo motivo, la proteina S è uno dei bersagli molecolari principali del coronavirus SARS-CoV-2; proprio per permettere al corpo di riconoscerla e difendersi sono stati sviluppati i vaccini anti Covid. Il virus ha anche altre tre proteine strutturali principali (involucro, membrana e nucleocapside) più 16 proteine non strutturali e diverse altre che gli esperti definiscono “accessorie”. Ma questo non esclude tutte le altre proteine coinvolte nel processo di replicazione e infezione che risultano comunque potenziali bersagli farmaceutici contro il COVID-19, ma la Spike resta quello principale.

Essa si lega all'enzima ACE-2 che è diffuso sulla membrana esterna delle cellule endoteliali nei polmoni, nel sistema respiratorio superiore, nell'intestino e in altri organi; secondo lo studio, dunque, gli acidi della cannabis potrebbero impedire che il virus possa agganciarle e potrebbe prevenire anche l'infezione con enormi vantaggi nella gestione della pandemia, soprattutto in un momento in cui circola una variante estremamente trasmissibile come la Omicron. I ricercatori dell’università di Lethbridge non sono gli unici a indagare il potenziale ruolo di derivati della cannabis per curare o prevenire l’infezione da nuovo coronavirus. Del resto, l’utilizzo di cannabinoidi era già stato valutato in passato per il trattamento della Sars. Attualmente la società farmaceutica Tetra Bio-Pharma, per esempio, sta studiando l’effetto che potrebbe avere uno dei suoi cannabinoidi sintetici: l’ipotesi è che possa essere efficace nel ridurre l’infiammazione e l’iper-reattività del sistema immunitario, ma occorreranno studi clinici specifici per stabilirlo. Anche in Israele esistono diversi studi di questo tipo. Un team dell’Israel Institute of Technology, per esempio, sta conducendo delle ricerche per verificare gli effetti dei terpeni della cannabis nel trattamento di Covid-19 sul sistema immunitario e sul recettore Ace2.

Uno studio precedente sul CBD.

Il gruppo di ricerca guidato dal Professor Babak Baban dell’Università della Georgia (USA), pubblicò nel luglio del 2020 uno studio in cui il CBD si era rivelato efficace nel contrastare l’ARDS e la forte infiammazione scatenate da infezioni virali. Considerando i risultati promettenti, gli scienziati hanno proseguito nelle loro ricerche, nel tentativo di verificare ulteriormente e comprendere il meccanismo d’azione del CBD. In questo nuovo studio, i ricercatori hanno infatti scoperto che l’effetto antinfiammatorio del CBD potrebbe essere dovuto all’interazione con l’Apelina, una molecola normalmente presente nel nostro organismo. Esso è un peptide endogeno espresso principalmente nei polmoni, cuore, fegato, intestino, reni e nel Sistema Nervoso Centrale, che sono anche i distretti dell’organismo dove maggiormente è localizzato il Sistema Endocannabinoide. L’Apelina induce anche un effetto ipotensivo e questa azione sembra dovuta anche all’interazione con l’enzima ACE-2, espresso sulla superficie di molte cellule, in particolare quelle polmonari. L’ACE-2 è anche la porta di ingresso del Sars-Cov-2 nel nostro organismo.

La cannabis e i benefici Long Covid.

Cos’è il Long Covid? Cominciamo con il dire che gli effetti del suddetto long covid sono stanchezza estrema, difficoltà respiratorie, nebbia cognitiva sono solo alcuni dei sintomi che caratterizzano molti pazienti guariti dal Covid-19 che, però, fanno fatica a tornare alla vita di prima. Long Covid è un’espressione che indica una condizione del paziente guarito dal Covid-19 e negativo al tampone che, tuttavia, continua a manifestare sintomi legati alla malattia. Esso si sviluppa per motivi non ancora noti, da alcuni pazienti che hanno contratto l’infezione dovuta alla nuova pandemia. Si tratta di una condizione che può riguardare soggetti di tutte le età, che non necessariamente hanno manifestato sintomi clinici significativi durante la fase acuta dell’infezione. Alcune condizioni, tuttavia, sembrerebbero favorirne l’insorgenza, e sono:

  • l’età avanzata, quindi l’anziano presenta una maggior frequenza di sviluppo del Long Covid, a causa anche della naturale condizione di fragilità e delle ridotte capacità di recupero che possono determinare un eventuale peggioramento delle patologie croniche da cui è affetto, con una maggior possibilità di sviluppare anche disturbi psichici;
  • il genere femminile sembra esserne maggiormente coinvolto forse a causa di una reazione autoimmune più forte nelle donne che negli uomini;
    in caso di ospedalizzazione pare esserci una correlazione soprattutto con il ricovero di terapia intensiva;ù
  • l’immancabile presenza di patologie croniche.

Dopo il miglioramento del quadro clinico i pazienti presentano però delle complicazioni e degli strascichi che possono durare anche settimane o mesi. Stando a quanto emerge da una ricerca della ong Fair Health, su due milioni di cittadini americani infettati dal virus il 23 per cento ha dovuto far ritorno dal medico un mese dopo la positività a causa di alcune conseguenze a più lungo termine della malattia. Alcune di queste, stando a quanto riferiscono specialisti concordanti, sono frutto del persistere di una esagerata risposta immunitaria, che causa un disequilibrio nella produzione di alcune proteine del sistema di difesa del nostro corpo.

Una ricerca, dunque, è stata svolta per testare su 1000 pazienti l'utilizzo di uno dei principi attivi della cannabis, ovvero il cannabidiolo o Cbd, nel trattamento del Long Covid, che verrà realizzato dall'Instituto o Coracao (Incor), in Brasile. Lo studio, il primo di questo tipo al mondo, potrà contare sull'appoggio di altri ospedali e istituti di ricerca del Paese sudamericano, sia pubblici che privati. Il Covid-19 è considerato dagli esperti una patologia sistemica: questo significa che può colpire diversi organi del corpo e non solo i polmoni come si credeva inizialmente. Il ricercatore Edimar Bocchi, coordinatore dello studio che verrà realizzato da Incor, definisce questo tipo di reazione "tempesta infiammatoria". La ricerca, che ha una durata prevista di tre mesi, mira a scoprire se il cannabidiolo può essere in grado di equilibrare le proteine che regolano la risposta immunitaria, così come avviene appunto con altre malattie.

«Non esiste nessun altro studio al mondo rispetto al possibile uso del Cbd per questa patologia cronica [...] Inoltre l'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha indicato i trattamenti per il Long Covid come una priorità, a causa della sua alta incidenza. Dato che il cannabidiolo si è già dimostrato efficace in altri modelli, esiste una ragione per credere che si possa utilizzare anche con questo tipo di popolazione di pazienti».
L’obiettivo dello studio è testare l’ipotesi che il Cannabidiolo possa migliorare la qualità della vita dei pazienti con sindrome Covid a lungo termine rispetto a un placebo di 100 mg due volte al giorno»,

ha sottolineato Bocchi.

«Inoltre, valutare l’effetto del cannabidiolo sul miglioramento di specifici sintomi o segni di malattia conseguenti alla COVID-19 a tre mesi di trattamento rispetto al placebo».

Entro aprile del prossimo anno, i ricercatori si aspettano di sapere se la formulazione prodotta dall’azienda Verdemed migliori la qualità della vita delle persone con la sindrome Covid a lungo termine. Questo è uno studio molto importante, perché il CBD non è mai stato testato per questo scopo. In conclusione, non ci resta che incrociare le dita e aspettare che gli esiti di questi altri studi, in modo tale che se il CBD dovesse essere utile a questo fine, potremmo spiccare un salto di gioia e sperare che possano riconoscere la valenza terapeutica della cannabis e dei propri derivati.

Fonti

skytg24.it

Wikipedia.org

Unisr.it

Aging-us.com

WIred.it

 

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